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IL SEME DELLA FOLLIA

lun 03 mag 2010 al cinema Roma di Pistoia
mar 04 mag 2010 al cinema Borsi di Prato

per la rassegna «John Carpenter: il signore del male»

nazione Stati Uniti
anno 1994
regia John Carpenter

spettacolo unico 21:30
ingresso 05 euro
ridotto studenti univ 04 euro
tessera associativa annuale 04 euro

con Sam Neill, Charlton Heston, Julie Carmen, Jürgen Prochnow, Hayden Christensen

Alla ricerca dello scomparso Sutter Cane (J. Prochnow), autore di romanzi fantastici di spavento (“che vendono più di Stephen King”), il detective Trent (S. Neill) lo trova nella cittadina di Hobb’s End che non figura nelle carte geografiche. Non sa ancora di vivere nell’universo fantastico di Cane, protagonista di un romanzo da cui è già stato tratto un film. Costruito con un lungo flashback, il più radicale, pessimista e inventivo film di J. Carpenter è fondato sulla compenetrazione tra realtà e fantasia e diventa un apologo sulla potenza della scrittura. Apocalittico, ma non privo di ambiguità né di ironia, ricco di invenzioni registiche, scenografiche, sonore (colonna musicale curata, come il solito, dal regista), sapiente nel suggerire l’orrore senza mostrarlo, è una metafora allarmante sull’abominio della società dello spettacolo e una riflessione critica sul genere cui appartiene.

I mostri dell’Apocalisse siamo noi
Anche Sutter Cane (Jurgen Prochnow), lo scrittore horror più venduto di Stephen King, pensa, come Berlusconi, che la realtà siano gli exit poll, sia virtuale, si possa manovrare e manipolare. D’accordo col suo editore (Charlton Heston) decide di “organizzare” a fini promozionali la sua scomparsa proprio mentre sta per uscire un suo nuovo libro che proclama la distruzione schizoide universale dell’uomo. Viene incaricato di scoprire come, cosa e perché il detective Sam Neill, il bravo attore australiano di Lezioni di piano”, misurato anche negli eccessi, che racconta in flash back, dall’alto della raggiunta pazzia. Con lui parte una bella “editor” (Julie Carmen): entrambi arriveranno nell’inferno di Hobb’s End, il luogo dove si svolge il romanzo, di cui vivranno lo stesso destino di tregenda: “Mi sto perdendo…” grida la ragazza. Pirandellianamente, come l’ultimo Nightmare di Craven, anche il quarantasettenne maestro horror John Carpenter (1997 fuga da New York, Halloween, Essi vivono) pensa nella sua sedicesima opera che la realtà, parola che viene qui spesso pronunciata con particolare enfasi, sia in cerca d’autore. Il film, curioso e intelligente, utilizza infatti il normale repertorio degli orrori (bambini vampiri, zombie, incubi al volante, cadaveri, contadini furiosi) per trasmettere messaggi sofisticati contro l’organizzazione del consenso, il potere coercitivo della letteratura subliminale, la volontà di autodistruzione della nostra civiltà basata sulla cultura horror. E infatti alla fine, con doppio salto mortale, non solo il povero detective (che avrebbe fatto Marlowe?) si ritrova a vivere le nefandezze del romanzo, ma piomba in un cinema dove proiettano lo stesso film che stiamo vedendo noi. Tutto si chiude a cerchio, tutto è grazia infernale. Film di grande stile e fascinazione visiva, spesso astratto come l’Urlo di Munch, Il seme della follia (“In the mouth of madness”) conferma il talento eccentrico di Carpenter che vede il romanziere come un agitatore di coscienze. Vittorioso, perché alla fine il libro provoca omicidi di massa e un paranoico corto circuito di sangue, ma dal volto bucato, fittizio, fatto di una pagina stampata, prototipo dei mass media che ci governano. Ciascuno quindi può pescare dal basso dell’inconscio guardando il film, e ne avrà emozioni comunque: il ritmo è costante e il cast comprensibilmente terrorizzato, giacché si arriva a un pessimismo universale che annuncia, con gli effetti Light e Magic, l’Apocalisse di fine secolo, amplificata da fragorosa musica e dall’atmosfera dark comune agli incubi contemporanei.
(Maurizio Porro, Il Corriere della Sera, 11 maggio 1995)

Sam Neill grida “Non sono pazzo”, è assediato dagli incubi, copre di croci le pareti della cella imbottita da manicomio in cui è rinchiuso, il proprio corpo, la propria faccia, e racconta l’orribile avventura. Il nuovo film dell’horror-Maestro John Carpenter, dove un romanzo minaccia il mondo, è fitto di metafore, di messaggi moralistici contro i media, di polemiche anti-intellettuali, ma ha pure il gran fascino della nera fantasia visiva del regista, delle creazioni elettroniche di spavento della Industrial Light & Magic, d’un senso di morte e di catastrofe molto contemporaneo. Come spesso capita nei cortocircuiti degli ultimi horror, il protagonista è uno scrittore horror d’immenso successo, Sutter Cane, “il più letto del secolo”: i suoi romanzi, tutti ambientati in una immaginaria cittadina americana come quelli di Stephen King, sono stati venduti nel mondo in oltre un miliardo di copie benché provochino nei lettori disorientamento, incubi, reazioni paranoidi, crisi, comportamenti d’atroce violenza. I fans aspettano impazienti il nuovo romanzo di Sutter Cane tumultuando davanti alle librerie ancora sfornite: lo scrittore è scomparso col dattiloscritto. Viene incaricato di ritrovarlo l’investigatore privato Sam Neill, che si mette alla ricerca, accompagnato da una bella editor, con molto scetticismo: sospetta che la sparizione sia una trovata pubblicitaria ideata da Charlton Heston, proprietario della casa editrice. è proprio vero, ma la trovata “è diventata realtà, così come è diventata realtà la trama del nuovo romanzo di Sutter Cane”. Lo scrittore-creatore intende, come Berlusconi, “far sì che la gente perda il senso di cosa sia la realtà e cosa l’irrealtà”. Programma di distruggere l’intera umanità salvo i bambini, e di ricominciare da quelli per edificare il proprio impero, la propria onnipotenza. Il semplice progetto pare realizzarsi. Finalmente pubblicato, il nuovo romanzo contagia chi lo legge, provoca un’epidemia di assassinii di massa, un’immensa ondata di criminalità che va conducendo la specie all’estinzione: fino alla divertente piroetta finale, al conclusivo sgambetto inferto allo spettatore. Grandi momenti: un uomo in fuga al volante guida veloce, forza l’automobile e una, tre, sei volte si ritrova sempre allo stesso punto, davanti a una folla feroce di rurali. Bande di bellissimi bambini dalle labbra insanguinate corrono lungo vie deserte. Viluppi di mostri viscidi premono al portone d’una chiesa sconsacrata. Lo scrittore si strappa via la faccia, e di lui rimane quello che é: una pagina stampata, lacerata.
(Lietta Tornabuoni, La Stampa, 7 Maggio 1995)

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