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IL GIARDINO DEI LIMONI

da ven 16 gen 2009 al cinema Globo di Pistoia

nazione: Israele
anno: 2008
regia: Eran Riklis

feriali 17:15 19:20 21:30
sab e dom 16:30 18:30 20:30 22:30

sito ufficiale

con Hiam Abbass, Doron Tavory, Ali Suliman, Rona Lipaz-Michael, Tarik Kopty, Amos Lavi, Amnon Wolf, Smadar Jaaron, Danny Leshman, Hili Yalon

Produzione: Eran Riklis Productions, Mact Productions, Riva Film, Heimatfilm
Distribuzione: Teodora Film

Salma, una vedova palestinese che vive in un villaggio della Cisgiordania, scopre che il suo nuovo vicino di casa è il Ministro della Difesa israeliano. Quando, per ragioni di sicurezza, le viene intimato di abbattere quel giardino di limoni che rappresenta il suo unico sostentamento e le sue stesse radici, la donna non si dà per vinta e porta la causa in tribunale. L’amicizia inaspettata della moglie del ministro, mossa dalla solidarietà femminile, e l’amore del suo giovane avvocato riescono a sostenerla in una sfida che a tutti sembra impossibile. Dal regista de La sposa siriana, una storia emozionante sul coraggio di una donna in lotta per la libertà e un appassionato messaggio di speranza.

Vincitore del premio del pubblico all’ultimo Festival di Berlino.

“La pellicola rende con efficacia il pesante clima psicologico di sospetto reciproco e di paura continua per possibili attentati. Alla fine è un’altra donna, la moglie del ministro, l’unico personaggio che si interessa seriamente del dramma della vicina cercando di superare il confine storico-politico oltre che fisico.” (Gherardo Ugolini, ‘L’Unità’, 11 febbraio 2008)

“Un film non fa miracoli, specialmente nei territori occupati. Ma se arriva al cuore e alla comprensione di tutti forse non è inutile. Il regista Eran Riklis de ‘La sposa siriana’ e l’attrice Hiam Abbass de ‘L’ospite inatteso’ ci riescono con ‘Il giardino dei limoni’.” (Paolo D’Agostini, ‘la Repubblica’, 12 dicembre 2008)

“La messa in scena di Riklis è magmaticamente in divenire, un rimpiattino continuo di sguardi intrecciati tra protagonisti a dimostrazione delle vibrazioni impercettibili delle loro anime. La fluidità e sincerità di sguardo cancella possibili ridondanze e patetismi che negli accennati rapporti Selma/avvocato, Selma/moglie del ministro si potevano facilmente sviluppare. Il gioco visivo di svelamenti, muri che coprono, tapparelle che scorrono, di profondità di campo continuamente obnubilate dall’artificio del risentimento politico piuttosto che da comuni elementi naturali del territorio che dovrebbero unire, sfociano in un the end duro e difficile da digerire. In fondo, come dice l’avvocato, ‘pare che solo nei film americani ci sia un finale felice’.” (Davide Turrini, ‘Liberazione’, 12 dicembre 2008)

“Pagando di tasca propria e cercando finanziamenti ovunque per non dover dire troppi grazie ai condizionanti aiuti statali, l’autore produttore Eran Riklis, già acclamato per ‘La sposa siriana’, ha diretto un bellissimo apologo, vagamente biblico nel rapporto con Madre Natura, sui conflitto arabo- israeliano. (…) La lotta in difesa dei limoni assume una valenza (poeticamente ma non retoricamente) universale, abbassando la lotta dal terreno al suo frutto, sciogliendosi dal manicheismo per entrare dentro la storia viva. Hiam Abbas è bella e ha un’intensità straordinaria in cui si riflette il sentimento pieno dell’opera, quasi una fiaba in cui con profonda leggerezza, a passi felpati, un bravissimo regista israeliano fa con coraggio la prima mossa di pace.” (Maurizio Porro, ‘Corriere della Sera’, 12 dicembre 2008)

“Un film semplice e bello dalle migliori intenzioni, una tragicommedia sui rapporti tra israeliani e arabi dalla drammaticità concreta e leggera, una storia che ogni tanto fa anche ridere ma che più spesso descrive cos’è la vita dominata da soverchierie inutili e penose.” (Lietta Tornabuoni, ‘La Stampa’, 12 dicembre 2008)

“Vittorie amare e incompiute dall’una e dall’altra parte, ognuno perde qualcosa nel gioco assurdo dei confini imposto ed è questa la nota alta del film di Riklis. Vale il biglietto la carrellata finale che, sorvolando il muro costruito tra Israele e Palestina, scopre gli alberi di limone decimati dalla sentenza e dalla stupidità degli uomini.” (Piera Detassis, ‘Panorama’, 18 dicembre 2008)

“La disputa su quel giardino diviene la metafora della contrapposizione tra ciò che si vorrebbe per il proprio bene e quello che ciascuno è costretto a vivere nella quotidianità, retaggio di un passato fatto di lutti e sofferenza. Una contrapposizione che si perpetua e sclerotizza in un cieco egoismo che porta le persone a non vedere e a non capire i bisogni di chi abita loro accanto. (…) “L’happy end c’è solo nei film americani” dice l’avvocato dopo la sentenza di compromesso che non accontenta pienamente nessuno. Una sentenza che di fatto simboleggia la più generale situazione politica e diplomatica tra i due popoli, ovvero l’incapacità di trovare soluzioni durature che garantiscano pienamente le esigenze di sicurezza e di giustizia per tutti. Con questa chiave di lettura, il senso ultimo del film è racchiuso nell’ultima sequenza: il ministro – pur convinto, come gli ha insegnato il padre, che “non dormiremo tranquilli finché i palestinesi non avranno una speranza” – si affaccia alla finestra e vede solo un alto muro grigio laddove prima poteva ammirare un rigoglioso frutteto e il paesaggio retrostante. Ora non può più spaziare con lo sguardo oltre la sua casa per una decisione che lui stesso non ha voluto impedire. Viene così rappresentata la figura di un uomo imprigionato nel suo modo di pensare, frutto di ataviche paure e condizionato da una storia di incomprensioni e di violenze. Ed è questo il vero muro da abbattere: quello interiore. Tuttavia gli alberi potati – e non sradicati, come si ordinava all’inizio del racconto – rappresentano comunque un messaggio di speranza, lasciando intravedere la possibilità di una nuova crescita. (…) Ponendosi come obiettivi amore, onestà e verità, la regia di Riklis, già autore di Zohar e La sposa siriana, è misurata, a tratti persino troppo sobria e impersonale. Ma in questo caso è un merito. Le parti più intense sono affidate totalmente alla recitazione dei due personaggi principali, Salma – splendidamente interpretata da Hiam Abbas – e Mira, una non meno brava Rona Lipaz-Michael: il dramma dei popoli cui appartengono si riflette nei loro sguardi, che spesso si incontrano e sembrano penetrarsi in una comprensione che riesce a unirle, nonostante tutto.” (Gaetano Vallini, ‘L’Osservatore Romano’, 2-3 gennaio 2009)

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